“Di chi sono le case vuote”

Cento anni fa nasceva Ettore Sottsass, uno dei designer più influente del novecento, mi piace ricordarlo con questo suo breve testo fatto di parole virgole e accenti più che di disegni e progetti: “Di chi sono le case vuote.” (casa Vogue 1978)  “Ci sono case molto, molto piene (di roba) e case piene di roba e poi ci sono case vuote e case molto, molto vuote e naturalmente un benestante, un signore, un protetto dalla storia e dalla società è portato a pensare che le case vuote siano le case dei poveri e dei molto poveri, di quelli che “non hanno”, ma si sbaglia, non è così. Le case dei poveri e dei molto poveri di solito sono così piccole, lo spazio è così corto, che la roba (il tavolo, le sedie, i mobiletti, le scatole, gli scatoloni, la bicicletta, la bambola) non ci sta mai, si accatasta, si ammucchia in ogni angolo, come i resti del fiume contro la curva; questa è la ragione per la quale la casa dei poveri è comunque sempre affollata e ansiosa. Poi può anche darsi che i poveri, per questa loro molto faticosa condizione, siano presi da una paranoia speciale, da quella speciale paura di avere ancora meno, che li costringe, tutte le volte che possono, a comperare roba, purché sia, per immagazzinarla, per sentirsela addosso ad ogni costo; questa è un’altra ragione per la quale le loro case strette e senza aria, diventano sempre più affollate, sempre meno percorribili, sempre più disastrose. Allora se è vero che le case vuote e quelle molto vuote non sono le case dei poveri e dei molto poveri, di chi sono le case vuote? Questo è molto difficile da decidere. In generale uno potrebbe pensare, per esempio, che le case vuote siano semplicemente le case di quelli che aspettano di poterle riempire; ma anche questo pensiero risulta presto insostenibile, dato il fatto noto che le case dei giovani voglio dire le case dei giovani signori o quasi, sono subito piene (prima ancora di esistere e di essere abitate) di tutti segni, simboli, chiavi, chiavistelli, grimaldelli, cerniere motorini vari, sussidiari o no, che servono a ben disporsi dilatarsi e avere successo nella società civile, così si chiama. Resta dunque soltanto un terzo pensiero possibile. Quello che attribuisce le case vuote a gente tanto privilegiata, padrona delle condizioni esterne e di sé, da poter essere (o sembrare) povera per autodecisione, cioè gente tanto privilegiata o fortunata o coraggiosa da poter autodecidere quando quanto e come sottrarsi al generale festival della competizione al quale normalmente l’istinto della sopravvivenza spinge costringe più o meno ogni persona normale. Di questi privilegiati – per definizione – non ce ne sono molti. Ci si potrebbe collocare qualche raro ricco, qualche ricchissimo che abbia superato i complessi e le paranoie del ricco e la solitudine e il consueto, melanconico, kitsch blu print della condizione del ricco. Ma certamente non è un visione consueta. Per quanto ne so, un ricco così è qualche cosa come un uomo magro, molto magro, sui 50, con la barba bianca e gli occhi grigi alla Max Ernst, che naviga da sempre, in silenzio, sotto grandi vele, lungo rotte di poco, pochissimo a su della linea dei grandi icebergs, amico di orsi e di licheni probabilmente, uno che poi scende giù, nei mesi di primavere note soltanto a lui, verso i tropici, a scambiare barattoli conserve ignote con i Big e gli Small Nambas, decaduti cannibali dell’isola di Malekula. Questo è quello che so, ma uno così, che si sia concesso di mantenere l’identità – quella che i borghesi chiamano, con sufficiente cinismo, la misura umana – senza subire aggressioni dall’esterno e senza neanche doversi confrontare con l’esterno, è così  ricco che non ha neanche una casa… Forse tra i privilegiati di questo tipo ci si potrebbero mettere i rivoluzionari, caso mai (altra visione inconsueta), cospiratori, utopisti, gente del sogno, sofferenti dell’ingiustizia, anche loro, in ben altra maniera, senza casa. Se la casa ce l’hanno, se frequentano case, allora davvero quelle sono case vuote, molto, molto vuote, visto che sulle pareti, negli angoli del bagno, nei cassetti, negli armadi, sopra e sotto, sui pavimenti, in ogni qualsiasi parte della casa, l’ombra dell’abitante, non dico può restare segnata, ma neanche può sostare un momento; né può restare traccia di persona, né identità, neanche di voce, neanche di mano, neanche di sguardo, neanche può restare traccia di memorie, di abitudini, nessuna traccia del puzzle di una vita. La casa di questo tipo deve restare molto, molto vuota: non deve contenere niente di più dei termosifoni (sotto le finestre), niente di più delle cinghie per sollevare le tapparelle, niente di più del lucido plastico di mobili senza destino,  niente di più delle scatole di detersivo, degli stracci di plastica, della carta igienica, dell’odore di gas, dello scaldabagno gocciolante, del suono ossuto di magri pilastri, niente di più di niente. Tenuto poi conto che mitra, revolver, bombe a mano, untuose scatolette di proiettili e queste cose che si vedono fotografate sui giornali – come si sa – non sono normalmente oggetti per riempire le case… Infine, tra la gente privilegiata del tipo del quale parliamo, ci si potrebbero mettere gli artisti o forse gli intellettuali in genere, se è vero che, per lo meno nei nostri paesi, per  consuetudine antica e tuttora resistente, è stata consegnata agli artisti e agli intellettuali – pare – la gestione di quei buchi neri che si ritrovano qua e là nel grande cielo delle certezze, voglio dire la gestione di quelle zone che nel procedere presuntuoso e meccanico della “civiltà” non si riescono a percorrere se non usando i trucchi, i salamelecchi, i capricci, le capriole proprie della magia cioè dell’arte e si sa che alla magia, ai maghi, agli artisti, da tempi antichi vengono concessi privilegi (ben controllati), palcoscenici speciali, speciali spazi e speciali tempi, speciali silenzi, speciali distanze e speciali vuoti. Questo si sa. È per questo che uno potrebbe pensare di mettere artisti e affini tra i privilegiati. Se non fosse che agli artisti i privilegi vengono concessi e non sono certamente autodecisi e la condizione privilegiata certamente non è una autoscelta ma è consegnata come compenso di prestazioni che “qualcun altro” misura, pesa, giudica e ratifica; questa è la ragione per la quale le case degli artisti, dei pittori, poeti, letterati, cantanti, grafici e architetti, a guardare bene, non sono affatto case di privilegiati, non sono vuote affatto, non sono né vuote, né tanto meno molto, molto vuote. Le case dei maghi sono piene, molto piene, di lance, scudi, paraventi e allettamenti, trofei, coppe, medaglie e diplomi, giochi, furbizie, gomitate e nascondini, altarini, memorie, tombe e mausolei; sono castelli, ville, appartamenti, cascine, palazzi; non sono case di privilegiati ma fortini della linea Maginot, reticolati da combattimento… E allora? Di chi sono le case vuote? E quelle molto, molto vuote?”

Dove eravamo?