L’appartamento C rappresenta quell’ambiente di “dimora ideale” teorizzato da Alessandro Mendini. “La dimora ideale è uno status abitativo destinato a non concludersi mai, ad essere sempre uguale ma sempre diverso da se stesso. Questo tipo di casa, oggi, non é appariscente, è una specie di riferimento minimalista a ciò che in altre epoche fu la grande dimora. Più che un’opera sintetica è una sommatoria, un puzzle, un mosaico, una apertura, una sequenza sospesa e ricca di attese. La nostra casa di solito è una sola, e quasi sempre piccola. Allora, all’opposto, il suo arredamento deve essere fatto di tante idee che la frammentino in molte arti e situazioni differenti, fino al limite di fare non solo pareti, pavimenti o lampade sempre diverse, ma addirittura di dire che ogni pezzo della casa può avere un suo vero e proprio stile, per esempio medievale, moderno, neoclassico, pop, rustico, indiano. Una volta vigeva il concetto dell’uniformità, ora quello della diversità: due modi opposti di intendere la vita nella casa. In realtà, al di là della sua concreta abitazione reale, ognuno di noi ha una casa mentale molto più articolata, frutto dì parti di case possedute o sognate: quella del padre, dell’amico, della, fidanzata, della villeggiatura, della malattia… È il bisogno di personalità contro l’anonimato della serie, di identificazione contro il grigiore della funzionalità. L’arredamento diventa il teatro della vita privata, quella scena, sommatoria di immagini e di ricordi, dove ogni cosa è finalizzata a creare la casa palcoscenico: ecco la chiave attraverso la quale pensare a tutti gli oggetti, anche a quelli dì design.” Un paesaggio mentale più che  spaziale che come un grande contenitore raccoglie la nostra idea di appartamento e ci conduce ad una dimora frammentata e composta da tante esperienze differenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dove eravamo?